La storia del territorio della VI Comunità Montana del Velino è strettamente connessa alle sue caratteristiche morfologiche.
Isolata e difficile da raggiungere, eppure passaggio obbligato e strategico per l’importante e antica via consolare romana Salaria. Nei secoli è più volte stato un nodo montuoso importante a difesa dei confini dei regni e degli stati di cui faceva parte. Per molto tempo, fino al 1927 quando fu annessa alla neonata provincia di Rieti, questa zona è stata sotto il controllo della città di L’Aquila, per questo motivo l’influenza culturale di questa città è molto rilevante nelle sue tradizioni e usanze.

 

In questo contesto montano che per secoli è vissuto di pastorizia e agricoltura, si sono radicate delle usanze antichissime, che oggi fanno parte del costume popolare e affiorano in modo evidente nelle occasioni di festa popolare.

 

L’ORGANETTO

È lo strumento per antonomasia di queste zone, immancabile presenza che rallegra e dà il ritmo a feste tradizionali, serenate, matrimoni, compleanni o semplici momenti di amicizia.

La fisarmonica diatonica, questo il nome corretto, si è affermata come lo strumento tipico degli ambienti rurali, capace di accompagnare balli e canti popolari, soppiantando strumenti più antichi e semplici come la cornamusa e la ciaramella.
La fisarmonica diatonica è molto usata in Sardegna, Puglia, Calabria, Lazio e Abruzzo. L’organetto abruzzese, detto "a du' botte", poiché ha due soli bassi, è quello usato nei territori della VI Comunità Montana Velino, il ché conferma il legame culturale con tale regione.
La particolarità di avere due soli bassi ne determina delle peculiarità sonore e anche la necessità di una tecnica specifica per suonarlo. I suonatori di “organetto a du’ botte” sono unici!

L’organetto è suonato sia dagli anziani esperti che dai ragazzi e ragazzini appassionati che frequentano anche scuole di organetto. Grazie a loro la tradizione continua e si rinnova.

Non vi è festa in cui manchi questo strumento a creare allegria e frequenti sono anche le occasioni in cui con un semplice organetto nascono spontaneamente vere e proprie esibizioni in strada o all’osteria con l’accompagnamento di tamburelli. L’organetto chiama persone a sé immancabilmente qualcuno attacca con gli stornelli a cui poi altri si aggiungono fino a dare vita a vere e proprie sfide.

L’organetto rappresenta a fa uscire l’animo festoso e genuino più profondo radicato in queste terre e nella sua gente.

L'organettoL'organetto

 

IL CANTO A BRACCIO

Il canto a braccio è un'arte antichissima e particolarissima che affonda le sue radici nella tradizione pastorale di queste zone.

Una volta i pastori usavano passare le lunghe ore di attesa a guardia del pascolo leggendo antichi poemi cavallereschi dei poeti popolari che immancabilmente portavano con loro.

Tanta era l’immersione in tali letture che i semplici pastori finivano per immedesimarsi nel ruolo di poeti emulando la loro arte inventando le proprie rime. Così avvezzi alla lettura delle ottavine riuscivano a improvvisarne a perfezione di proprie pur non avendo i rudimenti di studi.

Palcoscenico delle esibizioni era senza dubbio l’osteria, luogo di ritrovo per tutti i paesani, dove tra un bicchiere di vino e l’altro, cantando accompagnati dall’organetto, ci si sfidava a suon di rime che prendevano spunto dalla vita quotidiana, dal proprio vissuto e dai fatti di paese.

Prendevano così vita vere e proprie gare chiamate "tenzoni" in cui i poeti-pastori si sfottevano e si rispondevano a vicenda sfidandosi a chi era maggiormente sarcastico o poetico. A volte gli antagonisti rappresentavano figure a contrasto come suocera/nuora, prete/contadino, sindaco/cittadino ecc.

La poesia a braccio risponde alle regole precise e ferree dell’ottava rima:

  • La strofa deve essere composta da otto endecasillabi rimati;
  • I primi sei endecasillabi sono a rima alternata;
  • Gli ultimi due endecasillabi sono a rima baciata;
  • In caso di sfida la strofa deve iniziare in rima con l’ultimo endecasillabo dell’avversario.

Rimeggiare di canto a braccio è quindi una pratica solo apparentemente semplice.
Il poeta a braccio deve essere persona sensibile e empatica in grado di cogliere il senso della vita. All’improvvisazione dei concetti si unisce l’esposizione secondo la ferrea metrica, la contemporanea ricerca di sagacia, sarcasmo, ironia e riflessione. Il tutto da elaborare in quella breve frazione di secondo tra l’ultima rima dell’antagonista e il proprio primo verso.

Per questo il canto a braccio è da considerarsi un’arte a tutti gli effetti ed un patrimonio da conservare.

Nella zona della VI Comunità Montana Velino quest’arte fa parte della cultura popolare tanto che è frequente imbattersi in improvvisate esibizioni di cantori accompagnati dall'organetto.

Il canto a braccio è stato fatto conoscere anche a livello nazionale in occasione di festival e rassegne grazie ai Poeti a Braccio e ogni anno a Borbona si svolge il Festival Regionale di Canto a Braccio.

il canto a braccio

 

LA SALTARELLA

La saltarella è il ballo popolare tipico della zona della VI comunità montana del velino.

Tradizionalmente accompagnato dall’organetto, questo ballo dal ritmo frenetico è una danza di corteggiamento: l’uomo insegue la donna, la tenta, lei si fa desiderare ma poi accetta e accoglie il cavaliere.

Generalmente si balla all’interno di un cerchio formato da tutti i ballerini. Le coppie si esibiscono a turno iniziando dal passo di invito, segue il “passo base” che è una sorta di pedalata al contrario, e lo “spuntapiè”, che precede la “girata”, un solo piede avanza ritmicamente mentre l'altro rimane sul posto alternano le battute.

I due “amanti” non si toccano mai durante il corteggiamento, fino a quando, nel giro finale non si prendono per mano ed escono dal cerchio.

Ci sono variabili nello schema di ballo a seconda della tradizione, una delle quali è “la cacciata”, quando un terzo pretendente subentra nel corteggiamento facendo uscire l’antagonista.

È un ballo antichissimo che forse risale ai Latini. Qui si usa la forma al femminile (Saltarella) come in Abruzzo secondo un'usanza diffusa nel Regno di Napoli, così come per la Tarantella, la Pizzica, la Tamurriata ecc. con le quali ha anche una certa somiglianza.

Nella zona della VI Comunità Montana Velino, la Saltarella è un'arte che appassiona sin da bambini. La maggior parte degli abitanti la sa ballare, chi più chi meno abilmente, e le occasioni in cui cimentarsi in questo ballo sono frequenti: non c'è festa di paese dove manchi l'organetto e la saltarella, ma anche feste private e semplici serate tra amici.

La Saltarella è conosciuta e praticata da giovani e meno giovani ed è una tradizione radicata e spontanea, un momento di sincera allegria e divertimento.

 

LA CIARAMELLA

La Ciaramella è uno strumento antichissimo in disuso dal suono arcaico. Fa parte della famiglia degli aerofoni a sacco: è nata nella conca di Amatrice ed è tipica della zona tra i comuni di Accumoli, Cittareale, Posta, Borbona e Montereale.

È formata da un otre ricavato dalla pelle di una pecora rivoltata e trattata con sale marino o siero di latte, il cui posteriore e zampa anteriore sinistra sono chiuse con una corda.

Alla zampa anteriore destra è applicato un insufflatore in legno di sambuco intagliato con all’interno le ance che conferiscono alla ciaramella il tipico timbro nasale. Al collo dell'animale è applicato un ceppo in legno da cui partono una canna per la mano destra, una per la sinistra, modulabili e munite di fori per le dita, e una zittita che è sostegno per la presa.
L'assenza di bordoni rispetto alle altre zampogne fa delle Ciaramelle uno strumento unico in Italia.

Durante l'esecuzione l'otre è tenuto davanti al corpo stretto tra le gambe e le braccia; viene gonfiato a fiato e l'aria convogliata alle canne attraverso la pressione delle braccia.

Con le Ciaramelle si suona un repertorio che va dalla saltarella alle serenate o altre sonate tradizionali utilizzate in occasioni dei matrimoni.

I suonatori di Ciaramelle sono oggi pochi rispetto al passato ma c’è stata una forte riscoperta della ciaramella e il tentativo di valorizzarla riscoprendola come strumento tipico.

Oggi le Ciaramelle vengono utilizzate in occasioni di feste popolari con gruppi folkloristici dove sempre accompagnano saltarella e canto a braccio, spesso in compagnia di tamburello e organetto

 

IL BALLO DELLA PUPAZZA

Il ballo della Pupazza è una tradizione tipica della zona della VI Comunità Montana Velino, del limitrofo Abruzzo, della provincia di Rieti dove è più frequentemente detta Pantasima.

È un fantoccio di cartapesta adornato di fuochi d'artificio e guidato dall’interno da una persona che danza la saltarella  in mezzo agli spettatori in circolo.

Ha inquietanti sembianze femminili, procace e prosperosa; arriva di soppiatto e danza divertendo e inchinandosi agli astanti, poi piano piano prende fuoco culminando in un fragoroso gioco di botti, fischi, scintillii e razzi.

In passato la pupazza era fatta con frasche, carta e stoffa e veniva completamente incendiata ma anche ingiuriata e presa a calci.

Nell'immaginario collettivo la pupazza è una strega incendiata sul rogo. Bruciando la strega col fuoco purificatore si allontanano le forze del male a beneficio di tutta la comunità.
Il rito è come una lotta contro un male che fa paura ma che sinuosamente affascina e ammicca fino a quando il bene attraverso il fuoco vince la lotta.

La Pupazza fa la sua comparsa al termine delle feste patronali o di altri santi dei paesi del luogo.

Il ballo della pupazza


LA PASQUARELLA

Tra il 2 e il 5 gennaio di ogni anno i Pasquarellari, armati di organetto, ciaramelle e tamburello, vestiti col costume tradizionale degli antichi pastori con scarponi, gambali di lana, pelli di pecora, pantaloni di velluto, camicie di flanella e mantella, girano di casa in casa intonando antichi canti per annunciare la nascita di Bambin Gesù.

Ad ogni casa i cantori portano la festa unendosi agli abitanti cantando accompagnati da numerosi brindisi per poi essere ringraziati con cibo e buon vino coi quali saranno poi organizzate cene e feste popolari.

L'origine della Pasquarella si perde nel tempo. Probabilmente è una rappresentazione dei pastorelli del presepe che vanno annunciando la nascita di Gesù anticipando l'arrivo dei Re Magi.

Il nome Pasquarella non ha nulla a che vedere con la Pasqua di Resurrezione, ma deriva dal significato di pasqua intesa come annunciazione della buona novella.

La Pasquarella aggiunge un momento in più di festeggiamento alle festività natalizie.

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